Musei, perché è da seguire la via dei direttori-manager

di Francesca Bruni

In questi mesi udiamo evocare, da parte di singole voci del settore, un’idea di museo che non esiste più da decenni. L’idea, cioè, che il museo debba essere per pochi, per i colti, senza scolaresche rumorose, senza turisti in canottiera, senza gruppi, senza nulla di tutto ciò. Curiosamente, ciò avviene proprio nel momento in cui è istituita la Direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale, diretta da Mario Resca, nell’ambito del ministero per i Beni e le attività culturali, che punta, nel suo programma, anche all’aumento dei visitatori. Da dove proviene quest’idea di museo per pochi? Si tratta in effetti di una sconfessione del concetto stesso di museo. Sorto nell’illuminismo, insieme con l’edificazione di altre istituzioni “costrittive”, il museo non è pensato per le élite, bensì come istituzione pubblica, collettiva, statale. Un luogo in cui ordinare e “sistematizzare” l’arte per renderla fruibile agli studiosi, ma anche aperto al pubblico. Un luogo che recava con sé l’inevitabile risvolto didattico e filoretorico: quindi, uno dei mezzi per rappresentare e per capire la “grandezza” di uno stato o di una nazione. Concetto probabilmente sbagliato, quello di “museo”. D’altra parte l’arte non nasce nel museo; il cammino dell’arte si svolge altrove, negli atelier, negli studi, nelle gallerie e, dal varco dell’impressionismo in poi, anche all’aperto, dove la luce riverbera sulle cose da dipingere, marcando l’impressione del movimento e della luce. E il museo non coincide neanche con la galleria del Principe e con la collezione privata, che dipendono dall’interesse e dall’investimento del singolo mecenate o collezionista del caso.

Negli ultimi anni, i musei sono mutati molto. Per dirla in breve, il museo, da luogo statico dove le opere giacevano immobilizzate e da contemplare, in molti casi si è trasformato in un “media”, quindi in un vero e proprio mezzo di comunicazione e in un dispositivo di valorizzazione, quindi in un “museo vivente”. Il museo è divenuto quindi anche un’impresa, con costi, ricavi, servizi e investimenti da programmare. Come pensano, quindi, i fautori dell’elitismo, di mantenere queste “macchine”, in molti casi statali, così costose? In Italia la questione sussiste da sempre, con migliaia di opere relegate negli scantinati, la mancanza dei requisiti minimi per la fruibilità di un museo, a cominciare dall’illuminazione, la mancanza di servizi a valore aggiunto e quant’altro. Pur se esistono molti casi emblematici e straordinari di collaborazione tra istituzioni museali, comuni e imprese del territorio. E’ vero che la maggior parte del budget a disposizione dello Stato, è destinato ai restauri e alla conservazione ed è vero che nessun altro paese ha da mantenere una così grande quantità e qualità di opere come l’Italia. Eppure, c’è bisogno di molto di più e c’è necessità di visitatori, di sponsor, di finanziamenti, di servizi telematici che rendano questi musei attraenti per il pubblico, perché altrimenti non si possono mantenere.

Accogliamo quindi con interesse e attesa questo nuovo ente, diretto da Mario Resca, che tiene conto del fatto che “l’Italia è forte di uno dei maggiori patrimoni culturali al mondo” e che “deve puntare al primato della valorizzazione nel contesto internazionale”, che la domanda di turismo culturale è in aumento in tutto il mondo e che negli ultimi dieci anni, pur avendo perso posizioni, è cresciuta anche in Italia. E accogliamo anche con molto interesse l’ultima idea dei musei italiani affidati a direttori-manager che abbiano completa responsabilità dei flussi del museo che dirigono. D’altra parte, se gli elitisti proprio vogliono visitare un museo statale o privato da soli e in santa pace, si paghino pure una giornata a porte chiuse.

Francesca Bruni
(Il Velino, 28/09/2009)

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