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La città della leggerezza
Intervista a Lorenzo Jurina, Politecnico di Milano.

Un ingegnere come Lorenzo Jurina è un unicum italiano, europeo, mondiale. La sua storia - di professore al Politecnico di Milano, di promotore della strutturistica nei beni culturali - è ben condensata nel volume Vivere il monumento (Spirali, 2006). Ma è anche ripresa in questa intervista dedicata alle città intelligenti e storiche. Alle città che prendono il via da nuove combinazioni tra beni culturali e modernità, tra progettazione intelligente e ecosostenibili. Una sezione importante del libro Le città intelligenti - pubblicato da Art Valley - prende ispirazione e traino dall’opera di Lorenzo Jurina. Dalla sua rivalutazione della tradizione costruttiva, dalla portata delle sue teorie strutturali, ormai applicabili in tanti campi oltre a quello della strutturistica. Ecco un estratto dell'intervista.

Lei ha rinnovato una professione e tout court ha inventato un mestiere che non è mai esistito. Che funzione ha la comunicazione nel suo ruolo e ha qualche aneddoto per raccontarlo, questo mestiere?

Accenno anzitutto alla comunicazione, alla necessità di comunicare l’intervento intorno a un edificio, sopra tutto durante le fasi del restauro.
C’è una grande esigenza, dal punto di vista tecnologico, di mettere insieme uno staff non soltanto di professionisti, ma una sorta di “agglomerazione”. Lo considero un esempio di saggezza, nel campo dell’organizzazione del lavoro, che mette insieme professionisti e imprese per quel determinato progetto, ma anche per altri progetti. A maggior ragione, in una fase seconda, una volta che l’intervento abbia avuto inizio, è importante far conoscere quel che si sta facendo, in una sorta di cantiere aperto: non è pubblicità pura ma è pubblicità intelligente, per far conoscere altrove il know how e anche la capacità delle singole persone. Una soluzione particolarmente interessante.

Abbiamo memoria di alcune aziende che si sono specializzate nel fare riproduzioni digitali e fedeli di facciate di monumenti molto famosi. La cosa curiosa è che, nel caso del Palazzo Ducale a Venezia l’edificio coperto con bellissimo telo scenografico ha avuto più visitatori del Palazzo Ducale al “naturale”. Quando si è imbattuto per la prima volta nell’ipotesi di usare la facciata di un edificio per la comunicazione, come nel caso della facciata di una delle torri civiche di Pavia?

Faccio una premessa: in anni recenti si sono avuti esempi di restauro durati molto più del dovuto, perché lo sponsor ha voglia di mantenere la sua immagine su quell’edificio: questo è un controesempio. Su questi abusi, ovviamente, serve un controllo e la soprintendenza sta intervenendo, come pure il governo regionale. Resta comunque un tema interessante, il binomio restauro-comunicazione. L’idea di una protezione “parlante” della Torre del Maino, durante i lavori, era stata da me avanzata negli anni 1993-94 a Pavia, anni in cui poche facciate erano utilizzate per questi scopi. Avevo proposto di inserire l’immagine pubblicitaria di un computer mentre si effettuavano i lavori sulle facciate. L’idea era molto semplice: con l’intervento dello sponsor ci si ripagava il costo del progetto, della direzione dei lavori e del ponteggio. Sarebbe rimasto il costo dell’opera. Per la comunicazione in quel caso mi incuriosiva adottare una forma geometrica, un oggetto, un monolite assolutamente distinguibile e caratterizzante la città, un nuovo monolite su un antico monolite, così come per il consolidamento si era usata “una torre nella torre”.

Come possiamo intendere oggi questa questione?

Un brutto ponteggio sfigura e scempia la realtà urbana. Viceversa, immaginiamo un telo digitale che copre un ponteggio, dove siano riprodotti oggetti o figure che richiamano, oppure distraggono, oppure mimetizzano. Ecco, un’operazione di questo genere favorisce e conserva, per i cittadini, il piacere di vivere la città in un modo diverso. Sottoscrivi il fatto che una città abbia un tocco di effimero, che può durare anche mesi o forse un paio di anni, dove un palazzo noto e famoso magari diventa tutto giallo, oppure una grande scatola rossa, con un intervento a mo’ di Christo, un intervenuto che, per un tempo limitato, “costruisce” un oggetto nuovo, lasciando sottintendere l’antico, mettendogli un fiocco, sia fisico che metaforico.

Quali spunti per trovare i fondi e restaurare edifici che lo richiedono?

Ricordo un’esperienza indimenticabile di quando avevo sedici anni e i miei genitori decisero di mettere la tappezzeria nelle stanze. Chiesi di poter dipingere le pareti, di colorarle.. Nei due o tre giorni a disposizione, ho disegnato di tutto su quelle pareti. Quarant’anni dopo il nuovo inquilino ha tolto la tappezzeria e ha trovato i muri disegnati e dipinti da me e mi ha telefonato, stupito e curioso. E’ stata per me una soddisfazione. Un artista della penna e del pennello (e ce ne sono tanti) avendo a disposizione una grande superficie bianca di venti per venti metri quadrati, sarebbe felicissimo. Anche senza essere pagato, anche gratis. Ecco allora credo che sarebbe un tentativo formidabile per gli amministratori di una città dare la possibilità a un artista, a un graffittaro di esprimere il suo mestiere e di tenere allegro per qualche mese un angolo di città altrimenti destinato ad una informe superficia grigia e sporca, con un’invenzione effimera ma capace di creare un cambiamento,. Se poi a questo si associa anche un tornaconto economico - perché no? - allora le due cose si combinano tra loro.

Si può parlare di oggetto temporaneo?

Perché no? Lo intendo come una creazione transitoria, come tutto il resto dell’architettura. Lo vivo come volume, come colore, come funzione, e poi lo vivo come dettagli. Ecco allora che entrare in una città metafisica in cui alcuni oggetti hanno forme e volumi più o meno circoscritti, non necessaria¬mente somiglianti a quello che c’era prima, diviene un’esperienza di vita, un’esperienza che fa pensare, non solo il turista ma anche chi vive abitualmente la città. Molto meno accettabile è la pubblicità pura, magari di oggetti di cattivo gusto, imposti agli occhi dei passanti su una superficie che è impossibile non vedere. Ci vuole educazione e garbo anche per questo.

Ancora un dettaglio: abbiamo sfiorato la questione della città. Lo scenario è questo: come le città diventano intelligenti. Lei ha già fatto due esempi molto belli. In Italia, come altrove in Europa, ci troviamo dinanzi al fatto che circa un sesto del patrimonio immobiliare è vincolato, o da proteggere perché pluridecennale, o storico, se non proprio antico.
Consideriamo allora una modalità di intervento che non sia semplicemente popolare o banalmente turistica, ma una politica globale che tenga conto del fare ex novo e del reintervenire. Come cambia il suo mestiere, il mestiere dell’architetto o dell’ingegnere, in questo? Siamo dinanzi a interventi novisti. E i conservatori?

Certo, è una questione di scelte di campo, che fa molto discutere. C’è chi propugna una conservazione integrale e coloro che invece si consentono grandi modifiche anche nell’antico... L’integrazione sta in questa combinazione dell’intervento. Ci sono scelte an¬cora più radicali tra il vecchio e l’antico riguardanti il patrimonio “storico” diffuso– non parlo di quello monumentale. Cosa ce ne facciamo? Al di là del fatto che i proprietari non lascerebbero demolire la propria casa, ci sono infiniti vincoli di tipo burocratico per cui è difficile demolire un edificio. Ma anche se i vincoli non ci fossero, la domanda da porsi è questa: come intervenire su edifici che hanno due , tre, cinque secoli di vita, o più? Immaginiamo ad esempio che fosse consentito cambiare il colore delle tegole. Apparentemente, non sembrerebbe un grande cambiamento ma l’impatto sarebbe formidabile per chi potesse guardare la città dall’alto, nella sua globalità, perché cambiando il colore cambia l’odore, cambia la sensazione tattile di una città. Quindi l’intervento, anche se in qualche caso fosse consentito, rischierebbe, su uno storico stratificato che ha una propria patina, di creare dissonanze se non veri e propri sfaceli. Ci si aspetta, come ingegnere e come strutturista, che preferisca operare sul nuovo. Invece, senza essere a priori fautore di una conservazione per la conservazione, ritengo che, sia dal punto di vista tecnico che da quello economico, la soluzione dell’intervento d’intelligente restauro, di funzionaliz¬zazione e conservazione dell’antico sia vincente. Per cui invito ad optare per un’intelligente manutenzione programmata, con cambiamenti graduali.
Noi siamo affezionati a un’Italia così come è. E’ una delle nostre maggiori ricchezze. Chi vie¬ne in Italia vuole vedere “questa Italia”, non perché pensa ai mandolini, ma perché questa è l’Italia vera. Non ce n’è un’altra o se c’è va proprio cercata. L’americano medio che viene a Siena, secondo me, è giusto che si stupisca e, nel caso, che svenga per una sindrome di Stendhal.

 
 
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